texts - guido salvini

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Su bacteria.

IL CONTRARIO
di Barbara Fragogna

D'altro lato, è l'emisfero destro che è preposto alla cruciale funzione del riconoscimento della realtà, capacità che ogni creatura umana deve avere per sopravvivere. – Oliver Sacks

Il contrario di Guido Salvini è Guido Salvini. Bacteria è il contrario. E’ proibito esibire, esporre, interpretare, dire troppo. Si può solo scrivere per negazioni dichiarando ciò che questa mostra o meglio, il lavoro presentato in mostra, non è (ceci n’est pas): un magrittismo auto-contraddittorio.
Questo non è un lavoro scientifico: non è un esperimento arbitrario di cui si è voluto in alcun modo avere il controllo, è un incidente biologico e un atto antecedente, forse automatico, ne ha pre-impiantato la base.
Questa non è fotografia: non c’è rapporto con la luce, il processo si è sviluppato al buio, l’opera brulica (e continua a farlo) sottopelle, dentro il guscio di una cotenna di cartone abusata dal caso, eseguita da inconsapevoli non-artisti microbici intenzionalmente poi fissandone, ancorandola a un momento qualsiasi, la motilità.
Questa non è un’immagine: non è rappresentazione apparente, i soggetti sfaldati, le forme sfrangiate, i solidi evaporati non delimitano contorni certi, non conservano memoria della realtà, la realtà è corrotta, decomposta, è reinterpretata, l’immagine è ricalcolata su di un angolo/occhio/stato lisergico, la visione senza filtri, un’idea impossibile ma concreta, una visione insana che rimpiazza l’organizzazione semplificata dal cervello sano per non farci impazzire, o deprimere.
Questo non è un “Salvini”. Se Salvini è bianco e nero, è poco loquace e schivo, è dietro, è lontano e di spalle, è assente, è un concetto, è i minimi termini di ciò che è necessario dire o far notare, allora Bacteria di Guido Salvini è il contrario, una scoperta, un imprevisto, un’opportunità, un recupero, un’azione performativa, un fatto?
Questo non è niente.
Escludendo e negando ogni forma d’intellettualismo tanto-per-parlare, Guido Salvini si scrolla dalle spalle il peso del giudizio, si distacca e se ne frega, prende una posizione al margine anche nei confronti del teatrino dell’arte che, nella sua trasposizione sociale (francamente ma espresso con gentilezza), lo nausea.
In ragione di anarchia nella sua ricerca professionale esplora, come artista, i limiti delle libertà individuali, la sua intelligenza esistenziale si arrovella pacatamente sui meccanismi coercitivi cause d’ingiustizie stereotipate. Per mezzo dell’arte si sarà in grado di creare una rivoluzione (astrofisica) del pensiero? E’ così che la sua installazione allucinogena e senza parametri ci sprona, ci costringe a interpretare, a vedere cose con gli occhi di un emisfero destro un po’ ebbro. Dovremo fare uno sforzo ma sarà uno sforzo lieve, alla fine proveremo piacere o panico. Dovremo partecipare, agire, capire, la nostra testa ospiterà il vulcano. Capiremo tutto e sapremo “di più”. Andremo dall’artista per suggerirgli un quid e stupirlo con le nostre supposizioni. Lo specchio collettivo non è mai stato così personale. Avremo voglia di ridere, qualcuno strozzerà un sorriso isterico, un pianto e una poesia, uno scrollerà le spalle e si sentirà leggero e un altro avrà bisogno di sedersi perché cederanno le gambe, sarà strano perché a quello era da un po’ che non ci avevi pensato e perché questa cosa qui piccolina che s’intravede nell’angolo ti parrà di averla già vista ma non ti ricorderai dove, ti verrà una parola sulla punta della lingua e un suono che hai sentito tanti anni fa. Sarà magico. Magico come se uno sciamano t’inebriasse con le spore dei suoi funghi o come se uno Jodorowsky ti raccontasse come esorcizzare quell’oggetto che tieni in tasca. O come preferisci perché l’immagine/foto/specchio/finestra è tua.
Ma è proibito dire. E sarà magico, scientifico, poetico, compulsivo, semplice, esotico, caotico ed elegante. Sarà il contrario di ogni cosa che non si può dire, il traboccante riflusso di ogni memoria.

Rendez-Vous dans la cave
di Manuela Macco
Se, nel provare a definire il progetto Bacteria, volessimo procedere per negazioni, come propone acutamente la curatrice, Barbara Fragogna, allora potremmo affermare tanto per cominciare, che no, questa non è una mostra fotografica…
Tutto parte da un fortuito incontro avvenuto in cantina, da un appuntamento imprevisto tra l’autore e il tempo che scorre. Il casuale ritrovamento di una scatola, utilizzata per raccogliere materiale fotografico vario e di scarto, sembra diventare il pretesto per una sorta di rendimento di conti tra l’artista concettuale e i suoi trascorsi di fotografo documentatore.
Le immagini conservate per oltre un decennio nel contenitore di cartone, al solo scopo di preservare la privacy dei soggetti raffigurati, si presentano ora completamente deteriorate. I batteri hanno aggredito l’emulsione fotografica scomponendo i contorni delle figure e rendendo i soggetti non riconoscibili. Guido Salvini decide di esporre una selezione del materiale “ri-trovato”, così come è stato rinvenuto, senza apportare ulteriori interventi.
Le stampe e le diapositive, già di per sé manufatti deperibili dal sapore nostalgico, sono state lavorate dal tempo e dagli agenti atmosferici, eludendo il controllo di chi le ha, a suo tempo, realizzate. L’artista sceglie di utilizzare questo materiale, che si è in qualche modo auto-trasformato, come tramite per l’esplorazione di dimensioni spazio-temporali parallele e come occasione per approfondire un approccio creativo basato sul “trovare” piuttosto che sul “costruire”.
L’operazione aderisce a quella teoria duchampiana del “rendez-vous” che prevede un’arte prodotta non attraverso un parto ma piuttosto grazie a un appuntamento al buio, dove “l’incontro” sostituisce la fabbricazione. Ma se la creazione del readymade è una scelta fondata “su una reazione di indifferenza visiva” (M.D.), Bacteria è un progetto in cui la componente estetica, per quanto imprevista, ha una sua forza evidente.
Le immagini esposte, pur mostrando un processo di disfacimento in corso, esprimono, grazie alla loro qualità organica, una straordinaria vitalità. Sulla superficie granulosa, polverosa, irregolare, i colori e le linee esplodono ora in modo lirico, ora in modo drammatico, frammentando inesorabilmente la composizione originaria, creando nuovi mondi.
Occultata dall’azione naturale dei microorganismi, l’identità dei soggetti rappresentati appare distorta, essa si dissolve in forme e paesaggi prevalentemente astratti che, pur rimandando ad atmosfere altre, conservano un’indefinita traccia del loro passato. L’occhio dell’osservatore è istintivamente indotto a decifrare, a ricomporre indizi, a indovinare somiglianze. La disgregazione della superficie, d’altro canto, stimola un’apertura della percezione sensoriale e suggerisce letture basate sull’abbandono degli schemi e delle strutture analitiche ordinarie.
Nata per preservare il mondo dalla distruzione e dall’oblio, la fotografia è qui celebrata per la sua caducità. Se il mezzo fotografico, ci consente per sua natura di partecipare della vulnerabilità e della mutabilità del soggetto, in Bacteria abbiamo la possibilità di assistere, in alcune immagini addirittura in diretta, a quell’esperienza della dissoluzione che l’era digitale sembra invece volerci negare. In un mondo intasato di immagini che non si possono toccare e che sono apparentemente senza scadenza, abbiamo qui l’occasione di ricontattare la materia e con essa il senso della mortalità, nostra e del mondo.
Con un’azione che sembra voler disconoscere quella tecnica fotografica sapientemente utilizzata per realizzare, durante un passato professionale ormai remoto, le immagini in questione, l’artista mette in discussione il ruolo dell’autore e riflette sul carattere artigianale della fotografia e dell’arte, dimostrando, anche questa volta, di privilegiare di ogni esperienza tutto ciò che deriva dallo scarto e dall’esclusione.
Bacteria è un memento mori che racconta la fragilità della vita e la corruzione della materia, ma è allo stesso tempo un percorso di visioni oniriche che rimandano a quella continuità tra rappresentazione e soggettività che è il fondamento del pensiero psichedelico. Viste in successione, le stampe in mostra sembrano evocare le fasi del bardo, il percorso che fa la coscienza dopo aver lasciato il corpo. Il bardo, intervallo tra la morte e la rinascita, descritto nel Libro tibetano dei morti* è un momento di transizione tra materia e spirito in cui la personalità e i suoi ricordi gradualmente si rarefanno.
I numerosi riferimenti alla psichedelia rilevabili nel progetto sono in linea con la ricerca dell’artista e con il suo interesse per i temi legati alla “coscienza”. In questo senso, forse nulla meglio dello slogan coniato da Timothy Leary* negli anni sessanta, può introdurre la mostra, suggerirne lo spirito, evocarne i contenuti e accompagnare il visitatore alla sua scoperta:
Turn on, tune in, drop out!
(Accenditi, sintonizzati, abbandonati)*

UN APPROFONDIMENTO
di Guido Salvini

Ho abbandonato in una cantina, per dieci anni circa, un’ingente quantità di materiale fotografico proveniente dalla mia dimensione professionale precedente: fotografie di scena (teatrale e cinematografica), ritratti realizzati in studio, documentazione varia e prove tecniche.

L’azione dei batteri, favorita dal buio e dall’umidità, ha agito sull’emulsione fotografica restituendo nuove immagini che, liberate dal peso dello scatto e della tecnica, hanno potuto assumere nuovi, ulteriori, significati.

Ho deciso di catalogare e presentare parte del materiale trasformato dall’azione dei batteri. Oltre alle diapositive che sono state scansionate e poi stampate, senza alcun ulteriore intervento, ho selezionato alcune stampe di provini a colori. Trattandosi di materiale tuttora in fase di mutazione per la presenza di batteri, le stampe dei provini si presentano in una forma e in una condizione che sarà costantemente in divenire per tutta la durata della mostra.

In questa occasione, la fotografia, da strumento per la rappresentazione fedele della realtà, diventa materiale base per la creazione spontanea d’immagini dal carattere
psichedelico.


Tale azione performativa di "recupero" è profondamente connessa a una riflessione che sto sviluppando da diversi anni e che tende a mettere in discussione la natura stessa della fotografia.



 
 
 
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